Kumbe
19 marzo 2026

CiaK, si gira

Al cinema con Bea

Il 19 marzo Beatrice ha accesso il proiettore e la nostra sede si è trasformata in una sala cinematografica con tanto di patatine e pop corn e noi pronti a farci portare dentro una delle sue grandi passioni: il cinema.

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E lo ha fatto benissimo, senza salire in cattedra e senza trasformare l'appuntamento in un documentario da seconda serata. Ci ha preso per mano e ci ha fatto vedere quanta arte c’è dietro quello che spesso liquidiamo con un “dai, mettiamo su un film”.

La chiave è già nelle tue mani

No, non è solo una frase ad effetto, era un indizio per noi, una chiave con un messaggio trovata al nostro posto. Un invito ad aprire quella porta, reale o immaginaria, che tutti abbiamo davanti. Anche quando fuori dalla comfort zone l’aria sembra un po’ più frizzante del previsto.

Ma andiamo in ordine.

1896: tutto ha inizio da un treno

Prima di tutto un po' di storia. La serata è partita da uno dei momenti simbolo della storia del cinema: L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière, proiettato nel 1896 e considerato uno dei primi film della storia. Alcune persone del pubblico si spaventarono al punto da saltare dalla sedia, convinte che quel treno stesse arrivando davvero verso di loro.
E possiamo anche sorridere, certo. Però proviamo a metterci lì, in quella sala, davanti a qualcosa che nessuno aveva mai visto prima. Un’immagine che si muoveva. Una scena che sembrava uscire dallo schermo. Una tecnologia nuova che irrompe nella stanza senza bussare.

Immagini in movimento

Un'idea semplice su cui si basa tutto il cinema.

Beatrice ci ha raccontato di alcuni strumenti usati nel passato per simulare l’animazione delle immagini come lo zootropio e il taumatropio.

Lo zootropio è un cilindro con delle fessure e una sequenza di immagini disposte all’interno. Facendolo girare le immagini si muovono. In pratica una GIF d'altri tempi. Il taumatropio, invece, è un disco con due immagini diverse ai lati. Facendolo ruotare velocemente, il nostro occhio le fonde in una sola. L’esempio classico è quello dell’uccellino da una parte e della gabbia dall’altra: il disco gira e l’uccellino appare dentro la gabbia.

Sembra magia. In realtà è percezione visiva.

Beatrice ce lo ha spiegato con esempi molto semplici, vicini anche a quello che conosciamo oggi. Pensiamo ai flipbook, quei libretti che sfogli velocemente e che trasformano tanti disegni fermi in una piccola scena animata.

Il principio cambia ma l'idea è sempre quella: tante immagini ferme, viste in sequenza, diventano movimento.

Il cinema funziona quindi anche grazie a noi. Al nostro occhio, al nostro cervello, alla nostra disponibilità a crederci. Siamo spettatori, sì. Ma anche complici.

Poi "momento brividi sulla pelle": abbiamo ascoltato cos'è il cinema secondo i grandi registi, Beatrice ha raccolto alcuni frame di film famosi accompagnati da frasi sul significato del cinema. La dose giusta di pathos per entrare nel vivo della serata. A questo punto eravamo proprio curiosi di sapere quale film avremmo visto (tante le scommesse piazzate ma nessuno ci ha preso).

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Avete indovinato?
Noi non abbiamo fatto in tempo, Annachiara, ha rovinato il gioco al primo indizio: The Truman Show, lasciado a noi il privilegio di sentirci lenti.

Un film del 1998 che oggi sembra meno assurdo

Diretto da Peter Weir racconta la vita di Truman Burbank, un uomo convinto di vivere un’esistenza normale. Anche se di normale c'è poco: la sua città è un set. Le persone attorno a lui recitano. Le sue giornate sono scritte, controllate, ritoccate. Le sue paure sono state costruite per tenerlo dentro un mondo controllato. E mentre lui pensa di vivere la sua vita, milioni di spettatori la guardano in diretta.

Nel 1998 era una distopia brillante. Una provocazione. Una storia assurda quanto basta per farci dire: “geniale, però dai, impossibile”.

Poi sono arrivati i social. Le dirette. Le stories. I filtri. I contenuti sponsorizzati travestiti da spontaneità. Gli algoritmi che sanno cosa vogliamo prima ancora che noi abbiamo finito di desiderarlo. E quindi sì, oggi The Truman Show fa un effetto diverso.

Truman era dentro un reality costruito dagli altri. Noi, a volte, rischiamo di costruircelo da soli. Con filtri migliori, certo. Ma sempre con una regia addosso.

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Il film perfetto per parlare di cinema

The Truman Show era perfetto per questa serata perché parla di cinema usando il cinema.

Ci mostra una storia e, nello stesso tempo, ci fa guardare il meccanismo che la rende possibile. Ci porta dentro la vita di Truman, poi allarga l’inquadratura e ci fa vedere il set, le luci, la regia, le comparse, le scelte costruite per orientare ogni suo gesto. In pratica, mentre seguiamo il film, impariamo anche a leggere quello che c’è dietro.

Beatrice ci ha portati proprio lì: dietro la superficie.

Ci ha fatto notare dettagli, scelte e piccoli segnali che rendono il film ancora più interessante.
La verità è che il film è ricco di indizi che fanno capire di essere al centro di un vero e proprio set. Un esempio? I nomi di alcuni personaggi si riferiscono in maniera chiara a grandi attori del mondo del cinema: Meryl, la moglie di Truman, fa pensare a Meryl Streep. Marlon, il migliore amico, rimanda a Marlon Brando. Angela, la madre, richiama la Signora in Giallo, Angela Lansbury. Ci avevate mai fatto caso?

La chiave

Alla fine, quella chiave trovata al nostro posto non era solo un dettaglio scenografico. Era uno spoiler e un invito.

Sta a noi decidere se usarla. Sta a noi scegliere se aprire la porta che abbiamo davanti, anche quando fuori non sappiamo bene cosa ci aspetta. Proprio come ha fatto Truman.
Questa è la parte che ci piace di più della nostra rubrica Energy and Passion: non ci limitiamo a raccontare passioni, le facciamo entrare in scena, e noi con loro.

Casomai non vi rivedessi: buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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